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IL MARE DENTRO DI NOI Featured

IL MARE DENTRO DI NOI

La grande letteratura si è da sempre occupata del “mare aperto”, basta pensare ai romanzi di Herman Melville e in particolare: “Moby Dick”, la Balena Bianca, ossessione perpetua del Capitano Achab, come anche vengono alla mente i romanzi di Josef Conrad e in particolare: “La linea d’ombra” -  con l’eterno aspettare di un filo di vento per un veliero fermo da settimane in mezzo al mare.

L’uno e l’altro romanzo sono simboli della condizione umana intera.                                                 

Il mare ci parla di quello che è nascosto nel profondo della mostra anima.

Ma il mare ci restituisce anche immagini certamente meno complesse: gli sport marini, da quelli “più tranquilli”, almeno apparentemente, come la palla a nuoto - a quelli più spericolati e spettacolari come il self effettuato cavalcando onde gigantesche.

Qualunque sia l’immagine evocata, nella realtà il mare è in pericolo e qui segnaliamo due grandi fattori inquinanti che sono la plastica e gli idrocarburi.

La plastica ormai sta colonizzando il mare; gigantesche quantità di plastica vengono immesse nei mari, negli oceani e perfino nel Mediterraneo dove saranno le correnti marine unitamente al vento a raggrupparle in quelle che possono addirittura sembrare delle “piccole isole” composte da miliardi di frammenti multicolore che si uniscono, si disaggregano e formano qualcosa di simile ad un “arcobaleno in frantumi” per citare il grande poeta Tennesse Williams con il suo capolavoro “Lo zoo di vetro”. Chilometri quadrati di plastica sulla quale si ha addirittura l’impressione di poter camminarci sopra.

Il vero problema è che i frammenti di plastica sembrano funzionare da ricettori, da spugne e si infilano attraverso il metabolismo delle creature marine fino a giungere all’uomo.  “L’isola è dentro di noi.” Così afferma l’esperto Nicola Carmineo.

Quella che ormai gli oceanologi chiamano: “plastisfera”, o isola di plastica è un vero problema per l’ecosistema marino.

Si può approssimativamente disegnare un perimetro che comprende un terzo del Pacifico, dalle coste della California fino alla Cina, sempre in maggiore espansione dato che le stime ufficiali parlano di immissione nelle acque di una tonnellata di plastica al giorno. Si tratta di un continente fittizio, innaturale, artificiale che dati i tempi lunghissimi di biodegradabilità delle sostanze plastiche e dato il costante incremento delle stesse nelle acque durerà forse per sempre.

  Queste microparticelle assomigliano al plancton, che è una particella base di cui si cibano pesci ed uccelli, formate da esseri minuscoli ma in una quantità tale da riuscire a sfamare perfino le balene. Purtroppo il problema è che i pesci ed anche gli uccelli non riescono più a distinguere i microorganismi naturali di cui si nutrono dalla plastica. Essi sono talmente simili che a volte perfino un attrezzato laboratorio ultra scientifico può avere delle difficoltà nel discernere. Così la plastica entra nel meccanismo biologico dei pesci, nell’ultimo viaggio nel “Garbage Patch” gli studiosi hanno trovato nel corpo di una tartaruga - trentanove pezzi di plastica ed una sottile pellicola.

Ma se i singoli pezzi sono pericolosi nell’entrare nel metabolismo umano, non bisogna dimenticare l’incidenza degli scarichi industriali.

Basta pensare sia ai microgranuli che contenuti in alcuni dentifrici come anche alle fibre di poliestere che si staccano dai tessuti durante il ciclo dei lavaggi in lavatrice. Così come i minuscoli granuli dei cosmetici che sfuggono ai filtri di depurazione per poi essere immessi in mare aperto.

Quello che con ragionevole certezza possiamo affermare è che la plastica e gli altri inquinanti presto entreranno a far parte del ciclo biologico anche del nostro organismo.

In relazione a questo non è inutile notare come spesso si possono vedere delle tartarughe morenti perché soffocate dalle buste di plastica che non sono riuscite a distinguere dalle meduse che sono parte integrante della propria alimentazione.

Il problema è un enigma di difficile comprensione anche per un esperto di diritto Marino. Infatti queste isole galleggianti, semoventi, spesso si trovano a viaggiare oltre le 200 miglia da terra, in uno spazio libero che determina l’impossibilità di sapere quale sia l’agente tenuto ad intervenire sia sotto il profilo precauzionale come sotto il profilo di rimessione in pristino dell’integrità marina violata.

Esistono anche tentativi di risolvere il problema attraverso i cosiddetti “mangiaplastica”. Si tratta di un progetto dell’Università di Bologna che ha come fine ultimo quello di trovare dei batteri che siano in grado di mangiare la plastica.

Allo stesso modo un giovane studente Boyan Slat, ha avuto un’intuizione geniale. Nello sfruttare le correnti marine per arginare “il mare di plastica”, egli afferma come: - poiché l’acqua è in continuo movimento secondo schemi prevedibili è possibile usare barriere galleggianti fissate sul fondo marino e convogliare rifiuti e plastica in punti specifici -. Questo potrebbe dar luogo sia alla pulizia del mare che a fenomeni di riutilizzo dei materiali. Secondo quest’ultimo profilo verrebbe forse incentivata tale procedura superando la domanda sul chi dovrebbe assumersi gli ingenti costi dell’operazione.

Tracy Minter, microbiologo della Woods Hole Oceanic Institution del Massachussets, dopo aver osservato un ingrandimento al microscopio ha rilevato un rifiuto plastico al largo del mar dei Sargassi attorniato da una barriera di batteri che stavano mangiando quel che restava di una busta di plastica.

Si tratta di un mondo da scoprire e studiare.

 

AVV. MARIO CEVOLOTTO

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